Attenti al tonno!

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E’ ormai assodato, i mari del mondo contengono tracce elevate di mercurio. La presenza di mercurio nei pesci grossi è un rischio tristemente noto.

I problemi derivano principalmente dal metilmercurio, che è di gran lunga la forma di mercurio organico più comune nella catena alimentare e, purtroppo, anche la più tossica.

Il metilmercurio ha infatti maggiore capacità di penetrare nel nostro organismo, si accumula soprattutto nei globuli rossi ed è così trasportato in tutte le parti dell’organismo attraverso il sangue. Arriva alla ghiandola mammaria e passa nel latte materno.

Contrariamente al mercurio inorganico, il metilmercurio è inoltre in grado di attraversare la placenta, la barriera cerebrale e quella cerebrospinale, raggiungendo così cervello e sistema nervoso centrale.

Studi recenti hanno confermato il nesso tra l’esposizione del feto al metilmercurio e il ridotto sviluppo neurologico del bambino; mentre non sono stati evidenziati effetti negativi a livello neurologico per la popolazione adulta.

Il rischio riguarda in particolare i pesci predatori, specie se di grossa taglia: spada, tonno, squalo, verdesca, smeriglio, palombo, marlin, luccio. Questi pesci, infatti, cibandosi di altri pesci più piccoli, a loro volta contaminati, accumulano il metilmercurio contenuto nell’organismo delle prede e lo trasmettono all’uomo, ultimo anello della catena alimentare.

E’ bene, pertanto, specie per l’alimentazione pediatrica, scegliere i pesci che sono meno soggetti all’inquinamento da mercurio, cioè  pesci di taglia più piccola e possibilmente non carnivori. Sardine, sgombri, branzini, orate, sogliole, trote, salmone e molti altri, rappresentano una buona alternativa.

Per quanto riguarda il tonno in scatola, si ritiene che sia più sicuro, perché i pesci utilizzati sono generalmente di più piccole dimensioni e quindi più giovani e pertanto il loro contenuto di mercurio è limitato.

Quanto di questo pesce andrebbe consumato per ridurre il danno alla salute da metilmercurio? Gli adulti dovrebbero consumarne non più di una porzione a settimana, mentre donne in gravidanza e bambini dovrebbero evitarlo del tutto.

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